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	<title>Commenti per Christifideles laici.                           Gruppo di studio dei rapporti fede-cultura nella società contemporanea</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 25 May 2012 09:32:27 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Commenti su Rolando Rivi di fabiana</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2012/05/24/rolando-rivi/#comment-103</link>
		<dc:creator><![CDATA[fabiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 May 2012 09:32:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Rolando, come già detto, e richiesto dal Papa, è un testimone credibile! 
Grazie a Dio e alla Chiesa che l&#039;ha ...  allevato!
La nostra!]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Rolando, come già detto, e richiesto dal Papa, è un testimone credibile!<br />
Grazie a Dio e alla Chiesa che l&#8217;ha &#8230;  allevato!<br />
La nostra!</p>
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		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di Suor Maria Rosita Faustini, Monastero "Serve di Maria", Montecchio Emilia</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-101</link>
		<dc:creator><![CDATA[Suor Maria Rosita Faustini, Monastero "Serve di Maria", Montecchio Emilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 07:46:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[a)	Quando mi sono posta di fronte alla prima domanda del Questionario – che sintetizzo in &lt;strong&gt;&quot;come spiegare la crisi delle vocazioni&quot;&lt;/strong&gt;? – mi sono resa conto che dovevo dapprima chiarire a me stessa quali spiegazioni “&lt;strong&gt;in termini sociologici&lt;/strong&gt;” intravedevo. E’ quanto faccio qui, per poi passare, se mi è possibile, ad eventuali altre spiegazioni.
Mi sono chiesta se &lt;strong&gt;una elementare spiegazione in termini sociologici&lt;/strong&gt; del fenomeno non risieda piuttosto nell’uso piuttosto generico del termine “vocazione” invalso da qualche tempo. Poiché sono “avanti” in età, so che tempo addietro il vocabolo era maggiormente legato, secondo la sua etimologia, ad una “chiamata”; non lo si usava, oppure lo si usava di rado, senza il riferimento più o meno esplicito al &lt;em&gt;chiamante&lt;/em&gt;. Invece ora si dice di un ragazzo o di una ragazza: &lt;em&gt;ha vocazione per… &lt;/em&gt;se lo si vede distinguersi in qualsiasi studio e attività, per esempio nella pratica sportiva, nel canto di canzonette o simili. Certo, ci sono inclinazioni personali, ad attitudini che si rivelano più o meno chiaramente nel soggetto e delle quali va tenuto conto, ma mi sembra eccessivo il richiamo ad una “chiamata”, quando alle scelte si può giungere, ad esempio, per desiderio di successo o di guadagno.
Non è senza concrete conseguenze il modo sciatto di usare le parole nelle conversazioni abituali; se si usa a proposito e a sproposito la parola “vocazione”, essa perde il suo vero significato ed è messa nell’impossibilità di trasmetterlo e farlo vivere.
&lt;strong&gt;Altre spiegazioni per la comprensione del fenomeno&lt;/strong&gt;
possono venire 
·	Dalle constatazioni sull’&lt;strong&gt;andamento demografico&lt;/strong&gt; degli anni recenti. Il continuo abbassarsi del numero dei figli non solo accentua l’invecchiamento della popolazione (cui certo concorre una maggiore durata media della vita), ma concentra su uno o due figli l’attesa che la famiglia abbia un suo seguito. Da ciò vengono condizionate le linee educative. Chi ha fatto esperienza di una famiglia più ampia sa che il crescere con fratelli 8e cugini) porta ad assimilare naturalmente cosa significhi condividere con altri le attenzioni di genitori e nonni, guardare ai “progressi” dei fratelli maggiori, aprirsi alla cura di quelli minori, limitare le proprie esigenze, rispettare ed accettare, con comprensione, desideri, bisogni, preferenze di chi ci sta accanto. Un figlio unico “perde” tutto questo. Ho concluso che per approfondire l’argomento vi sarà utile l’apporto di chi sa di semantica, demografia e di pedagogia.
·	Dalla &lt;strong&gt;diffusa proposta&lt;/strong&gt;, fatta con i mezzi più vari, di un “modello di uomo” superficiale, lontano dall’aver raggiunto un accettabile livello di maturità umana e spirituale. Il ragazzo che deve crescere, la persona in formazione, di fronte ai modelli che gli sono posti con più enfasi davanti agli occhi, come può &lt;em&gt;discernere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto&lt;/em&gt; (Rom. 12, 21)? Nello snodarsi del quotidiano egli dovrebbe individuare il percorso originale e irripetibile che spetta a lui compiere, ma è ostacolato dalle offerte che riceve e spesso dall’inadeguatezza del mondo familiare, culturale e sociale in cui è immerso. Se siamo costretti ad ammettere che la realtà intorno a noi ha tanti aspetti negativi, dobbiamo anche puntare su un accresciuto impegno perché ogni giovane riceva dai genitori e dagli educatori l’aiuto a riconoscere in sé stesso le proprie doti, i propri valori, le attitudini e le motivazioni più significative che lo contraddistinguono, assieme al desiderio di affrontare sfide non indifferenti.
b)	Quanto detto sopra in merito all’uso appropriato (quello che avete scelto) del vocabolo vocazioni introduce all’&lt;strong&gt;attenzione da parte delle comunità di fede parrocchiali&lt;/strong&gt;, nelle quali l’argomento “vocazioni alla vita sacerdotale e alla vita religiosa” va sicuramente affrontato anche per superare la diffusa carenza e disattenzione – se non rifiuto – delle singole famiglie. Certamente sarà bene che la comunità parrocchiale tutta intera venga coinvolta.
Sulla bellezza dell’azione di Dio e sul dialogo di amore che Egli vuol instaurare con i suoi figli devono esserci consapevolezza diffusa e partecipazione corresponsabile. Uno strumento può essere la pratica – grazie a Dio sempre più diffusa – di confrontarsi con la sacra Scrittura. Ci sono vari brani dell’Antico e del Nuovo Testamento in cui Dio è indicato come “colui che chiama”, a cominciare dal suo inizio, dove il Creatore chiama alla vita. Ad esempio:
- Il profeta Isaia enuncia le prescrizioni del Signore sul digiuno, sul sabato, poi conclude: &lt;em&gt;perché la bocca del Signore ha parlato &lt;/em&gt; (Is 58, 14).
- Geremia apre il suo libro con un lungo titolo, poi introduce così gli oracoli: &lt;em&gt;Mi fu rivolta questa parola del Signore&lt;/em&gt; (Ger 1, 5) e narra il dialogo tra JHWH e lui, inizio della sua chiamata ad essere profeta.
- Nella Lettera ai Romani, al cap. 9, Paolo dapprima afferma solennemente che &lt;em&gt;La parola del Signore non è venuta meno&lt;/em&gt;, poi porta l’esempio della promessa di un figlio per Abramo – &lt;em&gt;perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione, non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama &lt;/em&gt;(Rom,9, 11).
- Sempre Paolo, nella Lettera ai Galati, riferisce così la sua vocazione: &lt;em&gt;Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia… &lt;/em&gt;(Gal 1, 15).
Le pagine della Bibbia aiutano i singoli e la comunità a comprendere che il Signore chiama e a riflettere a che cosa Egli chiama. Nell’incontro domenicale per la celebrazione dell’Eucarestia la &lt;strong&gt;comunità cristiana parrocchiale&lt;/strong&gt; legge e sente commentare che Dio ha chiamato Abramo per farne una grande nazione ed ha chiamato figli e discendenti di Giacobbe per stringere con loro un’alleanza. Signore… e così via. Non mancano ai celebranti le occasioni per trasmettere ai fedeli la convinzione che la storia della salvezza è una storia di vocazioni.
Sappiamo che sono frequenti da parte dei sacerdoti le applicazioni dei testi biblici alla vita dei laici, con particolare riferimento alle esperienze familiari. Le precoci crisi dei matrimoni, con il dissolversi anche di unioni sancite all’altare pochi mesi prima, sconcertano i sacerdoti e fanno loro moltiplicare le riflessioni sull’impegno sacro assunto dagli sposi di costruire e conservare nella fedeltà la famiglia cristiana, con la sottolineatura che questa è la loro specifica vocazione. Troppo di frequente persone angosciate (generalmente i genitori della coppia) danno a noi notizie di matrimoni in difficoltà o già falliti; soprattutto chiedono preghiere e si sentono assicurare che, sì, pregheremo con sollecitudine. Abbiamo descritto questo quadro di sofferenze e di disagi per riconoscere che, se questa è la realtà, non suscita meraviglia il fatto che nell’omelia ai fedeli sia meno insistita la presentazione delle scelte di consacrazione al Signore. I sacerdoti, però, senza dubbio individuano altre sedi ed altre occasioni (noi non siamo presenti!) per trattare con i singoli o con i gruppi anche delle vocazioni di speciale consacrazione.

c) d) Vi è noto che la vita nel monastero offre una limitata possibilità di conoscere sia &lt;strong&gt;l’atteggiamento delle famiglie cattoliche&lt;/strong&gt; nei riguardi del tema, sia &lt;strong&gt;quali segnali mandi l’universo giovanile&lt;/strong&gt;. Accogliamo, senza dubbio, le lamentele, soprattutto delle mamme e delle nonne, le loro ansie per i membri giovani della famiglia, ma gli elementi di cui disponiamo non consentono una risposta adeguata alle due domande. Invece al monastero c’è modo di conoscere qualche cosa e di farsi un’opinione in merito ai punti successivi.

e) Ciascuna monaca della comunità – sia stata accolta nella vita religiosa monastica molti anni fa o più di recente – sul &lt;strong&gt;calo numerico di maestri e direttori spirituali&lt;/strong&gt; ha innanzitutto la propria esperienza personale. E’ chiaro per ciascuna di noi
- quanto sia stata importante la guida di un sacerdote nella fase di discernimento;
- quanto l’accompagnamento spirituale (una azione caratterizzata da chiarimenti necessari e da presenza discreta) abbia permesso di dare seguito alla decisione con serenità;
- come, anche nello svolgersi della vita monastica lungo gli anni, sia desiderabile che non cessi assolutamente questo importante punto di riferimento.
Se al giorno d’oggi si riscontra &lt;em&gt;il calo numerico di maestri e direttori spirituali&lt;/em&gt; indicato nella domanda, la nostra esperienza può dare per certa la necessità di trovare rimedi ad esso e il nostro impegno deve assicurare una preghiera costante in merito.

Lo Spirito Santo, direttore e animatore per eccellenza, è colui che effettivamente dirige; di norma lo fa servendosi di maestri di spirito. Forse una persona &lt;em&gt;in ricerca &lt;/em&gt;potrebbe scoprire da sola il disegno del Signore su di sé, ma – in via normale, a parte i casi in cui si manifestino doni specifici di &lt;em&gt;illuminazione&lt;/em&gt; – come acquisterebbe certezza e individuerebbe le vie per realizzarlo? La &lt;em&gt;ricerca&lt;/em&gt;, ricordiamocelo, non si esaurisce nell’ottenere la risposta alla domanda di base: &lt;em&gt;Su quale via il Signore mi desidera? Mi indica il sacerdozio? Mi indica la vita consacrata?&lt;/em&gt; Non basta discernere, bisogna proseguire nei cammini. La ricerca continua per tutta la vita, se il fedele vuole progredire nella vita spirituale; continua con la domanda costante: &lt;em&gt;Nello stato di vita al quale mi ha indirizzato, quale progresso il Signore desidera da me?&lt;/em&gt; Se guardiamo ai Documenti della Chiesa nel nostro tempo troviamo che il Concilio Vaticano II ha posto attenzione sia nella &lt;em&gt;Optata totius &lt;/em&gt;(n. 19), che nella &lt;em&gt;Presbiterorum Ordinis&lt;/em&gt; (nn. 6.9.11), con riferimento ai seminari maggiori e minori, sia nel &lt;em&gt;Perfectae Caritatis&lt;/em&gt;. Quest’ultimo è il &lt;em&gt;Decreto sul rinnovamento della vita religiosa adattato alle circostanze odierne&lt;/em&gt; sottoscritto dal papa Paolo VI e dai Padri Conciliari il 28 ottobre 1965.
Anche il Codice di Diritto Canonico ha indicazioni in merito:
- can. 239, § 2 (nei seminari almeno un direttore spirituale, con facoltà di scelta fra i sacerdoti indicati dal Vescovo);
- can. 236, § 4 (gli alunni si abituino ad accostarsi con frequenza al sacramento della penitenza; ciascuno abbia un direttore spirituale liberamente scelto a cui possa aprire con fiducia la propria coscienza);
can. 630, § 1-5 (quanto già indicato per i seminari è qui dettagliato per religiosi/e e monache/i). 

f) &lt;strong&gt;ostacoli al realizzarsi di vocazioni dipendenti da difficoltà e comportamenti presenti storicamente nella Chiesa&lt;/strong&gt;. Trattare questo punto esorbita dalle mie conoscenze, anche se mi rendo conto che ostacoli possono esserci ora come ci sono stati in passato. Ma sono ostacoli davvero insuperabili per chi ha spirito di fede, per chi ascolta il Signore che lo ha chiamato e sa bene che i pensieri e le vie del Signore (cfr. Isaia 55, 8) si differenziano dai pensieri e dai comportamenti umani? Quando gli Apostoli disputavano su chi fosse  il più grande tra loro, Gesù disse che se non fossero diventati come bambini non sarebbero entrati nel Regno dei cieli. Quando Gesù predisse che recandosi a Gerusalemme sarebbe stato catturato, maltrattato e messo a morte, Pietro, mosso da affetto sincero, ma non illuminato dall’accettazione della volontà di Dio, volle dissuaderlo e ricevette un durissimo rimprovero: non ragionava secondo Dio, ma secondo gli uomini.

g) La domanda ipotizza che &lt;strong&gt;il bene comune e la coesione sociale ricevano detrimento dal calo di vocazioni&lt;/strong&gt;. Per rispondere si può ricordare che il documento della Chiesa espressamente destinato ai laici – l’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II su vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo, 30 dicembre 1988: &lt;em&gt;Christifideles laici &lt;/em&gt;al n. 55
- parla della varietà di vocazioni in cui si articola il popolo di Dio,
- vede &lt;em&gt;questi stati di vita tra loro così collegati da essere ordinati l’uno all’altro&lt;/em&gt;…
- riconosce come unico &lt;em&gt;il loro significato profondo&lt;/em&gt;… si sofferma poi sulla specificità di ciascuno
- mostra come ogni modalità di servizio sia in relazione con le altre.

Da questo quadro integrato emerge la conseguenza che, sì, la crisi delle vocazioni non può &lt;strong&gt;lasciare indifferenti quanti si occupano, sul piano teorico e sul piano pratico, del bene comune e della coesione sociale.&lt;/strong&gt;
Anche su questo tema possiamo rifarci all’insegnamento delle Scritture le quali, l’abbiamo detto sopra, si configurano come una storia di vocazione e di vocazioni: Dio affida ad alcuni individui una missione a favore dell’uomo e dell’intera umanità. Ogni vocazione è legata al bene del singolo, ma non solo ad esso. Infatti ciascuno è membro del popolo di Dio, è cittadino dell’intera umanità e, come tale, concorre al processo di costruzione della comunità umana quale famiglia di Dio e alla trasformazione del cosmo. Chi volesse approfondire tale aspetto del significato di ogni vocazione può consultare la &lt;em&gt;Gaudium et Spes&lt;/em&gt;, costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Vaticano II, ai numeri 32, 38 e 40.

h) Proposte per &lt;strong&gt;iniziative organiche e preparate da attuarsi nella Chiesa locale&lt;/strong&gt; sono del tutto lontane dalle possibilità di chi dispone solo dell’esperienza del monastero. Mi sento, però, in grado di concludere con una considerazione: sono convinta che la vita religiosa sia più importante che mai proprio in quest’epoca in cui tutti – comunità religiose e Chiesa intera – siamo chiamati ad affrontare la crisi di significato della società attuale.
La vocazione che più radicalmente vive entro la storia umana è proprio quella – anche se sembra di pronunciare un paradosso – della vita monastica contemplativa. Fra l’altro, è quella che può vantare la storia più lunga. L’inglese Card. Basil Hume, monaco, ha scritto, parlando dei monaci: &lt;em&gt;Noi non riteniamo di avere una missione o un incarico particolare nella Chiesa. Non pretendiamo di cambiare il corso della storia. Da un punto di vista umano siamo qui quasi per caso. E seguitiamo, per caso, ad esserci semplicemente.&lt;/em&gt;

APPENDICE
Brevi parole sul tema “vocazione”

E’ chiaro, per chi sa comprendere le vie dello spirito, quanto sia necessaria la virtù della prudenza e della discrezione all’inizio della vocazione come in tutto il suo lungo cammino fino alla meta, date le tremende insidie dei nemici, con i loro innumerevoli inganni e le loro tentazioni, che coloro che scelgono di consacrarsi al Signore devono affrontare. […] Tu che sei chiamato da Dio allontana ogni timore, perché lo stesso Signore combatte al tuo fianco; e non aver paura di affrontare in battaglia Principati e Potestà […]. Quanti trascurano la loro vocazione si rendono doppiamente colpevoli, incitando al peccato i loro fratelli e accumulando su di sé una tremenda condanna Lorenzo Giustiniani, &lt;em&gt;Disciplina e perfezione della vita monastica&lt;/em&gt;, Marcianum, Venezia, 2008, p. 18, p. 36, p.162

Sta in guardia nei confronti di quelli che entrano nell’Ordine sperando di raggiungere subito il paradiso. Essi non sono mai destinati a durare. Vogliono vivere tra i santi escludendo tutte le persone malvagie e imperfette. E se trovano una realtà diversa abbandonano la loro vocazione e se ne vanno. Ma se vuoi fuggire tutti i malvagi, allora devi abbandonare questo mondo. Girolamo Savonarola, da &lt;em&gt;lettera a Stefano di Codipinte&lt;/em&gt;, 22 maggio 1492

La vocazione specifica instrada e definisce tutta una vita fino al presente, in modo che la vocazione non è solo un fatto passato e puntuale, ma dura fino al presente e si è attualizzata in una serie di chiamate minori lungo la strada. Se abbiamo risposto all’incrocio decisivo della nostra vita, dobbiamo anche rispondere oggi a ciò che continua a risuonare. Non sappiamo quanto durerà la nuova tappa, ma sappiamo che l’ultima chiamata suonerà così: venite, benedetti dal Padre mio, a possedere il regno. A questa chiamata risponderemo con gioiosa prontezza. Luis Alonso Schokel, &lt;em&gt;I miei occhi hanno visto la tua salvezza. Meditazioni bibliche sulla speranza&lt;/em&gt;, Piemme, Casale Monferrato, 1991, passim

L’esempio dei Santi e stimolante, ma ognuno ha da riprodurre il Cristo in quel modo originale e irripetibile che risponde alla sua vocazione personale in seno all’unica grande vocazione battesimale. Allora ogni esistenza cristiana diventa tramite di quella rivelazione di quelle ricchezze insondabili che sono nel mistero di Cristo.
Come è grande la vocazione cristiana vista in questa luce! Io sono chiamato a rivelare in qualche modo un tratto nuovo del volto di Cristo. Mariano Magrassi, &lt;em&gt;Afferrati da Cristo&lt;/em&gt;, La Scala, Noci, 1977, pp. 78-79

La vocazione è l’atto con cui Dio in mezzo ai suoi chiama il nuovo discepolo e gli affida un compito particolare perché, con lui e assieme a loro, egli si impegni interamente nel ministero di adorazione e di servizio a cui l’intera comunità ecclesiale è chiamata e inviata. La vocazione mostra in questo modo che essa è certamente personale, ma a dimensione pubblica o – come oggi si dice – corale e sociale. Non permette, cioè, alcuna privatizzazione come se fosse un bene individuale che comincia e finisce all’interno della vita di chi lo ha ricevuto. Germano Pattaro (dagli scritti inediti pubblicati in &lt;em&gt;Appunti di Teologia, notiziario del Centro Pattaro di Venezia&lt;/em&gt;, n.2, aprile-giugno 2011, p.8)

Esistere, secondo la Bibbia, non significa possedere l’esistenza, ma rispondere a una chiamata di amore che ti vuole, che vuole la tua esistenza e tu esisti rispondendo, esisti con il tuo sorriso, con la tua gioia, con la tua riconoscenza, con lo stupore, con questi atteggiamenti con cui accogli la chiamata alla vita.
Il Signore ci ha chiamato per nome, ci chiama singolarmente e insieme come suo popolo, ci chiama ad una fedeltà e ci porta come dono la fedeltà. (da &lt;em&gt;Tu sei prezioso ai miei opcchi. Esercizi spirituali ai giovani della Diocesi di Piacenza-Bobbio&lt;/em&gt;, ed. Berti, Piacenza, s.i.d.)
Penseremo così alla nostra vita come una vocazione, un percorso attraverso il quale Dio ci conduce come un tu libero. Corrispondere vuol dire aderire ad una chiamata: nulla di già scritto, perché Dio ci vuole in piedi, collaboratori e non schiavi . Luciano Monari (parole del Vescovo alla GMG di Madrid 2011)

Il presente, la storia, l’esistenza, sono i luoghi in cui Dio ama rivelarsi. Non dobbiamo cercare Dio in mondi aureolati bensì nel microcosmo che ci circonda. La nostra prima vocazione è quella di essere fedeli nelle piccole cose. Gianfranco Ravasi (da &lt;em&gt;Tu sei prezioso ai miei occhi. Esercizi spirituali ai giovani della Diocesi di Piacenza-Bobbio&lt;/em&gt;, op. cit.)

La vita missionaria diventa una seconda natura nel missionario. E’ un fatto che il mondo non capisce. Quello che paghiamo, lo paghiamo con il cuore, senza calcolarne il costo. A noi missionari non piace fare le vittime. Tutto procede da una vocazione che non ci siamo dati da noi e nemmeno sostenuta solo dalla nostra inclinazione naturale o buona volontà. E’ qualcosa che Dio ci ha dato. D’altra parte questa vocazione non vale una volta per sempre; dobbiamo chiedere la perseveranza ogni giorno. Cesare Mazzolari, (da &lt;em&gt;Avvenire&lt;/em&gt;, 17-7-201, in occasione della morte del vescovo)

Ciascun essere umano scopre la propria identità rispondendo alla chiamata di Dio a condividere la vita divina. Timothy Radcliffe, &lt;em&gt;Cantate un canto nuovo. La vocazione cristiana&lt;/em&gt;, EDB, Bologna 2001, p. 191]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>a)	Quando mi sono posta di fronte alla prima domanda del Questionario – che sintetizzo in <strong>&#8220;come spiegare la crisi delle vocazioni&#8221;</strong>? – mi sono resa conto che dovevo dapprima chiarire a me stessa quali spiegazioni “<strong>in termini sociologici</strong>” intravedevo. E’ quanto faccio qui, per poi passare, se mi è possibile, ad eventuali altre spiegazioni.<br />
Mi sono chiesta se <strong>una elementare spiegazione in termini sociologici</strong> del fenomeno non risieda piuttosto nell’uso piuttosto generico del termine “vocazione” invalso da qualche tempo. Poiché sono “avanti” in età, so che tempo addietro il vocabolo era maggiormente legato, secondo la sua etimologia, ad una “chiamata”; non lo si usava, oppure lo si usava di rado, senza il riferimento più o meno esplicito al <em>chiamante</em>. Invece ora si dice di un ragazzo o di una ragazza: <em>ha vocazione per… </em>se lo si vede distinguersi in qualsiasi studio e attività, per esempio nella pratica sportiva, nel canto di canzonette o simili. Certo, ci sono inclinazioni personali, ad attitudini che si rivelano più o meno chiaramente nel soggetto e delle quali va tenuto conto, ma mi sembra eccessivo il richiamo ad una “chiamata”, quando alle scelte si può giungere, ad esempio, per desiderio di successo o di guadagno.<br />
Non è senza concrete conseguenze il modo sciatto di usare le parole nelle conversazioni abituali; se si usa a proposito e a sproposito la parola “vocazione”, essa perde il suo vero significato ed è messa nell’impossibilità di trasmetterlo e farlo vivere.<br />
<strong>Altre spiegazioni per la comprensione del fenomeno</strong><br />
possono venire<br />
·	Dalle constatazioni sull’<strong>andamento demografico</strong> degli anni recenti. Il continuo abbassarsi del numero dei figli non solo accentua l’invecchiamento della popolazione (cui certo concorre una maggiore durata media della vita), ma concentra su uno o due figli l’attesa che la famiglia abbia un suo seguito. Da ciò vengono condizionate le linee educative. Chi ha fatto esperienza di una famiglia più ampia sa che il crescere con fratelli 8e cugini) porta ad assimilare naturalmente cosa significhi condividere con altri le attenzioni di genitori e nonni, guardare ai “progressi” dei fratelli maggiori, aprirsi alla cura di quelli minori, limitare le proprie esigenze, rispettare ed accettare, con comprensione, desideri, bisogni, preferenze di chi ci sta accanto. Un figlio unico “perde” tutto questo. Ho concluso che per approfondire l’argomento vi sarà utile l’apporto di chi sa di semantica, demografia e di pedagogia.<br />
·	Dalla <strong>diffusa proposta</strong>, fatta con i mezzi più vari, di un “modello di uomo” superficiale, lontano dall’aver raggiunto un accettabile livello di maturità umana e spirituale. Il ragazzo che deve crescere, la persona in formazione, di fronte ai modelli che gli sono posti con più enfasi davanti agli occhi, come può <em>discernere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto</em> (Rom. 12, 21)? Nello snodarsi del quotidiano egli dovrebbe individuare il percorso originale e irripetibile che spetta a lui compiere, ma è ostacolato dalle offerte che riceve e spesso dall’inadeguatezza del mondo familiare, culturale e sociale in cui è immerso. Se siamo costretti ad ammettere che la realtà intorno a noi ha tanti aspetti negativi, dobbiamo anche puntare su un accresciuto impegno perché ogni giovane riceva dai genitori e dagli educatori l’aiuto a riconoscere in sé stesso le proprie doti, i propri valori, le attitudini e le motivazioni più significative che lo contraddistinguono, assieme al desiderio di affrontare sfide non indifferenti.<br />
b)	Quanto detto sopra in merito all’uso appropriato (quello che avete scelto) del vocabolo vocazioni introduce all’<strong>attenzione da parte delle comunità di fede parrocchiali</strong>, nelle quali l’argomento “vocazioni alla vita sacerdotale e alla vita religiosa” va sicuramente affrontato anche per superare la diffusa carenza e disattenzione – se non rifiuto – delle singole famiglie. Certamente sarà bene che la comunità parrocchiale tutta intera venga coinvolta.<br />
Sulla bellezza dell’azione di Dio e sul dialogo di amore che Egli vuol instaurare con i suoi figli devono esserci consapevolezza diffusa e partecipazione corresponsabile. Uno strumento può essere la pratica – grazie a Dio sempre più diffusa – di confrontarsi con la sacra Scrittura. Ci sono vari brani dell’Antico e del Nuovo Testamento in cui Dio è indicato come “colui che chiama”, a cominciare dal suo inizio, dove il Creatore chiama alla vita. Ad esempio:<br />
- Il profeta Isaia enuncia le prescrizioni del Signore sul digiuno, sul sabato, poi conclude: <em>perché la bocca del Signore ha parlato </em> (Is 58, 14).<br />
- Geremia apre il suo libro con un lungo titolo, poi introduce così gli oracoli: <em>Mi fu rivolta questa parola del Signore</em> (Ger 1, 5) e narra il dialogo tra JHWH e lui, inizio della sua chiamata ad essere profeta.<br />
- Nella Lettera ai Romani, al cap. 9, Paolo dapprima afferma solennemente che <em>La parola del Signore non è venuta meno</em>, poi porta l’esempio della promessa di un figlio per Abramo – <em>perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione, non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama </em>(Rom,9, 11).<br />
- Sempre Paolo, nella Lettera ai Galati, riferisce così la sua vocazione: <em>Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia… </em>(Gal 1, 15).<br />
Le pagine della Bibbia aiutano i singoli e la comunità a comprendere che il Signore chiama e a riflettere a che cosa Egli chiama. Nell’incontro domenicale per la celebrazione dell’Eucarestia la <strong>comunità cristiana parrocchiale</strong> legge e sente commentare che Dio ha chiamato Abramo per farne una grande nazione ed ha chiamato figli e discendenti di Giacobbe per stringere con loro un’alleanza. Signore… e così via. Non mancano ai celebranti le occasioni per trasmettere ai fedeli la convinzione che la storia della salvezza è una storia di vocazioni.<br />
Sappiamo che sono frequenti da parte dei sacerdoti le applicazioni dei testi biblici alla vita dei laici, con particolare riferimento alle esperienze familiari. Le precoci crisi dei matrimoni, con il dissolversi anche di unioni sancite all’altare pochi mesi prima, sconcertano i sacerdoti e fanno loro moltiplicare le riflessioni sull’impegno sacro assunto dagli sposi di costruire e conservare nella fedeltà la famiglia cristiana, con la sottolineatura che questa è la loro specifica vocazione. Troppo di frequente persone angosciate (generalmente i genitori della coppia) danno a noi notizie di matrimoni in difficoltà o già falliti; soprattutto chiedono preghiere e si sentono assicurare che, sì, pregheremo con sollecitudine. Abbiamo descritto questo quadro di sofferenze e di disagi per riconoscere che, se questa è la realtà, non suscita meraviglia il fatto che nell’omelia ai fedeli sia meno insistita la presentazione delle scelte di consacrazione al Signore. I sacerdoti, però, senza dubbio individuano altre sedi ed altre occasioni (noi non siamo presenti!) per trattare con i singoli o con i gruppi anche delle vocazioni di speciale consacrazione.</p>
<p>c) d) Vi è noto che la vita nel monastero offre una limitata possibilità di conoscere sia <strong>l’atteggiamento delle famiglie cattoliche</strong> nei riguardi del tema, sia <strong>quali segnali mandi l’universo giovanile</strong>. Accogliamo, senza dubbio, le lamentele, soprattutto delle mamme e delle nonne, le loro ansie per i membri giovani della famiglia, ma gli elementi di cui disponiamo non consentono una risposta adeguata alle due domande. Invece al monastero c’è modo di conoscere qualche cosa e di farsi un’opinione in merito ai punti successivi.</p>
<p>e) Ciascuna monaca della comunità – sia stata accolta nella vita religiosa monastica molti anni fa o più di recente – sul <strong>calo numerico di maestri e direttori spirituali</strong> ha innanzitutto la propria esperienza personale. E’ chiaro per ciascuna di noi<br />
- quanto sia stata importante la guida di un sacerdote nella fase di discernimento;<br />
- quanto l’accompagnamento spirituale (una azione caratterizzata da chiarimenti necessari e da presenza discreta) abbia permesso di dare seguito alla decisione con serenità;<br />
- come, anche nello svolgersi della vita monastica lungo gli anni, sia desiderabile che non cessi assolutamente questo importante punto di riferimento.<br />
Se al giorno d’oggi si riscontra <em>il calo numerico di maestri e direttori spirituali</em> indicato nella domanda, la nostra esperienza può dare per certa la necessità di trovare rimedi ad esso e il nostro impegno deve assicurare una preghiera costante in merito.</p>
<p>Lo Spirito Santo, direttore e animatore per eccellenza, è colui che effettivamente dirige; di norma lo fa servendosi di maestri di spirito. Forse una persona <em>in ricerca </em>potrebbe scoprire da sola il disegno del Signore su di sé, ma – in via normale, a parte i casi in cui si manifestino doni specifici di <em>illuminazione</em> – come acquisterebbe certezza e individuerebbe le vie per realizzarlo? La <em>ricerca</em>, ricordiamocelo, non si esaurisce nell’ottenere la risposta alla domanda di base: <em>Su quale via il Signore mi desidera? Mi indica il sacerdozio? Mi indica la vita consacrata?</em> Non basta discernere, bisogna proseguire nei cammini. La ricerca continua per tutta la vita, se il fedele vuole progredire nella vita spirituale; continua con la domanda costante: <em>Nello stato di vita al quale mi ha indirizzato, quale progresso il Signore desidera da me?</em> Se guardiamo ai Documenti della Chiesa nel nostro tempo troviamo che il Concilio Vaticano II ha posto attenzione sia nella <em>Optata totius </em>(n. 19), che nella <em>Presbiterorum Ordinis</em> (nn. 6.9.11), con riferimento ai seminari maggiori e minori, sia nel <em>Perfectae Caritatis</em>. Quest’ultimo è il <em>Decreto sul rinnovamento della vita religiosa adattato alle circostanze odierne</em> sottoscritto dal papa Paolo VI e dai Padri Conciliari il 28 ottobre 1965.<br />
Anche il Codice di Diritto Canonico ha indicazioni in merito:<br />
- can. 239, § 2 (nei seminari almeno un direttore spirituale, con facoltà di scelta fra i sacerdoti indicati dal Vescovo);<br />
- can. 236, § 4 (gli alunni si abituino ad accostarsi con frequenza al sacramento della penitenza; ciascuno abbia un direttore spirituale liberamente scelto a cui possa aprire con fiducia la propria coscienza);<br />
can. 630, § 1-5 (quanto già indicato per i seminari è qui dettagliato per religiosi/e e monache/i). </p>
<p>f) <strong>ostacoli al realizzarsi di vocazioni dipendenti da difficoltà e comportamenti presenti storicamente nella Chiesa</strong>. Trattare questo punto esorbita dalle mie conoscenze, anche se mi rendo conto che ostacoli possono esserci ora come ci sono stati in passato. Ma sono ostacoli davvero insuperabili per chi ha spirito di fede, per chi ascolta il Signore che lo ha chiamato e sa bene che i pensieri e le vie del Signore (cfr. Isaia 55, 8) si differenziano dai pensieri e dai comportamenti umani? Quando gli Apostoli disputavano su chi fosse  il più grande tra loro, Gesù disse che se non fossero diventati come bambini non sarebbero entrati nel Regno dei cieli. Quando Gesù predisse che recandosi a Gerusalemme sarebbe stato catturato, maltrattato e messo a morte, Pietro, mosso da affetto sincero, ma non illuminato dall’accettazione della volontà di Dio, volle dissuaderlo e ricevette un durissimo rimprovero: non ragionava secondo Dio, ma secondo gli uomini.</p>
<p>g) La domanda ipotizza che <strong>il bene comune e la coesione sociale ricevano detrimento dal calo di vocazioni</strong>. Per rispondere si può ricordare che il documento della Chiesa espressamente destinato ai laici – l’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II su vocazione e missione dei laici nella chiesa e nel mondo, 30 dicembre 1988: <em>Christifideles laici </em>al n. 55<br />
- parla della varietà di vocazioni in cui si articola il popolo di Dio,<br />
- vede <em>questi stati di vita tra loro così collegati da essere ordinati l’uno all’altro</em>…<br />
- riconosce come unico <em>il loro significato profondo</em>… si sofferma poi sulla specificità di ciascuno<br />
- mostra come ogni modalità di servizio sia in relazione con le altre.</p>
<p>Da questo quadro integrato emerge la conseguenza che, sì, la crisi delle vocazioni non può <strong>lasciare indifferenti quanti si occupano, sul piano teorico e sul piano pratico, del bene comune e della coesione sociale.</strong><br />
Anche su questo tema possiamo rifarci all’insegnamento delle Scritture le quali, l’abbiamo detto sopra, si configurano come una storia di vocazione e di vocazioni: Dio affida ad alcuni individui una missione a favore dell’uomo e dell’intera umanità. Ogni vocazione è legata al bene del singolo, ma non solo ad esso. Infatti ciascuno è membro del popolo di Dio, è cittadino dell’intera umanità e, come tale, concorre al processo di costruzione della comunità umana quale famiglia di Dio e alla trasformazione del cosmo. Chi volesse approfondire tale aspetto del significato di ogni vocazione può consultare la <em>Gaudium et Spes</em>, costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Vaticano II, ai numeri 32, 38 e 40.</p>
<p>h) Proposte per <strong>iniziative organiche e preparate da attuarsi nella Chiesa locale</strong> sono del tutto lontane dalle possibilità di chi dispone solo dell’esperienza del monastero. Mi sento, però, in grado di concludere con una considerazione: sono convinta che la vita religiosa sia più importante che mai proprio in quest’epoca in cui tutti – comunità religiose e Chiesa intera – siamo chiamati ad affrontare la crisi di significato della società attuale.<br />
La vocazione che più radicalmente vive entro la storia umana è proprio quella – anche se sembra di pronunciare un paradosso – della vita monastica contemplativa. Fra l’altro, è quella che può vantare la storia più lunga. L’inglese Card. Basil Hume, monaco, ha scritto, parlando dei monaci: <em>Noi non riteniamo di avere una missione o un incarico particolare nella Chiesa. Non pretendiamo di cambiare il corso della storia. Da un punto di vista umano siamo qui quasi per caso. E seguitiamo, per caso, ad esserci semplicemente.</em></p>
<p>APPENDICE<br />
Brevi parole sul tema “vocazione”</p>
<p>E’ chiaro, per chi sa comprendere le vie dello spirito, quanto sia necessaria la virtù della prudenza e della discrezione all’inizio della vocazione come in tutto il suo lungo cammino fino alla meta, date le tremende insidie dei nemici, con i loro innumerevoli inganni e le loro tentazioni, che coloro che scelgono di consacrarsi al Signore devono affrontare. […] Tu che sei chiamato da Dio allontana ogni timore, perché lo stesso Signore combatte al tuo fianco; e non aver paura di affrontare in battaglia Principati e Potestà […]. Quanti trascurano la loro vocazione si rendono doppiamente colpevoli, incitando al peccato i loro fratelli e accumulando su di sé una tremenda condanna Lorenzo Giustiniani, <em>Disciplina e perfezione della vita monastica</em>, Marcianum, Venezia, 2008, p. 18, p. 36, p.162</p>
<p>Sta in guardia nei confronti di quelli che entrano nell’Ordine sperando di raggiungere subito il paradiso. Essi non sono mai destinati a durare. Vogliono vivere tra i santi escludendo tutte le persone malvagie e imperfette. E se trovano una realtà diversa abbandonano la loro vocazione e se ne vanno. Ma se vuoi fuggire tutti i malvagi, allora devi abbandonare questo mondo. Girolamo Savonarola, da <em>lettera a Stefano di Codipinte</em>, 22 maggio 1492</p>
<p>La vocazione specifica instrada e definisce tutta una vita fino al presente, in modo che la vocazione non è solo un fatto passato e puntuale, ma dura fino al presente e si è attualizzata in una serie di chiamate minori lungo la strada. Se abbiamo risposto all’incrocio decisivo della nostra vita, dobbiamo anche rispondere oggi a ciò che continua a risuonare. Non sappiamo quanto durerà la nuova tappa, ma sappiamo che l’ultima chiamata suonerà così: venite, benedetti dal Padre mio, a possedere il regno. A questa chiamata risponderemo con gioiosa prontezza. Luis Alonso Schokel, <em>I miei occhi hanno visto la tua salvezza. Meditazioni bibliche sulla speranza</em>, Piemme, Casale Monferrato, 1991, passim</p>
<p>L’esempio dei Santi e stimolante, ma ognuno ha da riprodurre il Cristo in quel modo originale e irripetibile che risponde alla sua vocazione personale in seno all’unica grande vocazione battesimale. Allora ogni esistenza cristiana diventa tramite di quella rivelazione di quelle ricchezze insondabili che sono nel mistero di Cristo.<br />
Come è grande la vocazione cristiana vista in questa luce! Io sono chiamato a rivelare in qualche modo un tratto nuovo del volto di Cristo. Mariano Magrassi, <em>Afferrati da Cristo</em>, La Scala, Noci, 1977, pp. 78-79</p>
<p>La vocazione è l’atto con cui Dio in mezzo ai suoi chiama il nuovo discepolo e gli affida un compito particolare perché, con lui e assieme a loro, egli si impegni interamente nel ministero di adorazione e di servizio a cui l’intera comunità ecclesiale è chiamata e inviata. La vocazione mostra in questo modo che essa è certamente personale, ma a dimensione pubblica o – come oggi si dice – corale e sociale. Non permette, cioè, alcuna privatizzazione come se fosse un bene individuale che comincia e finisce all’interno della vita di chi lo ha ricevuto. Germano Pattaro (dagli scritti inediti pubblicati in <em>Appunti di Teologia, notiziario del Centro Pattaro di Venezia</em>, n.2, aprile-giugno 2011, p.8)</p>
<p>Esistere, secondo la Bibbia, non significa possedere l’esistenza, ma rispondere a una chiamata di amore che ti vuole, che vuole la tua esistenza e tu esisti rispondendo, esisti con il tuo sorriso, con la tua gioia, con la tua riconoscenza, con lo stupore, con questi atteggiamenti con cui accogli la chiamata alla vita.<br />
Il Signore ci ha chiamato per nome, ci chiama singolarmente e insieme come suo popolo, ci chiama ad una fedeltà e ci porta come dono la fedeltà. (da <em>Tu sei prezioso ai miei opcchi. Esercizi spirituali ai giovani della Diocesi di Piacenza-Bobbio</em>, ed. Berti, Piacenza, s.i.d.)<br />
Penseremo così alla nostra vita come una vocazione, un percorso attraverso il quale Dio ci conduce come un tu libero. Corrispondere vuol dire aderire ad una chiamata: nulla di già scritto, perché Dio ci vuole in piedi, collaboratori e non schiavi . Luciano Monari (parole del Vescovo alla GMG di Madrid 2011)</p>
<p>Il presente, la storia, l’esistenza, sono i luoghi in cui Dio ama rivelarsi. Non dobbiamo cercare Dio in mondi aureolati bensì nel microcosmo che ci circonda. La nostra prima vocazione è quella di essere fedeli nelle piccole cose. Gianfranco Ravasi (da <em>Tu sei prezioso ai miei occhi. Esercizi spirituali ai giovani della Diocesi di Piacenza-Bobbio</em>, op. cit.)</p>
<p>La vita missionaria diventa una seconda natura nel missionario. E’ un fatto che il mondo non capisce. Quello che paghiamo, lo paghiamo con il cuore, senza calcolarne il costo. A noi missionari non piace fare le vittime. Tutto procede da una vocazione che non ci siamo dati da noi e nemmeno sostenuta solo dalla nostra inclinazione naturale o buona volontà. E’ qualcosa che Dio ci ha dato. D’altra parte questa vocazione non vale una volta per sempre; dobbiamo chiedere la perseveranza ogni giorno. Cesare Mazzolari, (da <em>Avvenire</em>, 17-7-201, in occasione della morte del vescovo)</p>
<p>Ciascun essere umano scopre la propria identità rispondendo alla chiamata di Dio a condividere la vita divina. Timothy Radcliffe, <em>Cantate un canto nuovo. La vocazione cristiana</em>, EDB, Bologna 2001, p. 191</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di Mons. Francesco Marmiroli, Reggio Emilia</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-100</link>
		<dc:creator><![CDATA[Mons. Francesco Marmiroli, Reggio Emilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 17:38:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Risposta al questionario sulla crisi delle vocazioni

a)	Anzitutto credo che una società del benessere educhi all’individualismo e alla comodità: due aspetti che non si conciliano molto con la vocazione al sacrificio, alla gratuità e alla sobrietà necessarie per spendersi per gli altri (come la vocazione al ministero richiede). In questo tipo di società sono i convertiti a donarsi perché hanno superato l’illusione delle ricchezze (che la società del benessere fa ritenere necessarie). Dentro questa cornice (contraria alla società che riempiva i seminari negli anni ’50) credo anche ad un’altra componente circa la diminuzione delle vocazioni al ministero. Lo esprimo con una esperienza che mi pare eloquente. Fino agli anni ’60 mentre il seminario generava classi di preti diocesani nella media di 10-12 preti all’anno, partivano per continuare gli studi in Istituti missionari 2-3 seminaristi all’anno (sì e no). Oggi questo numero sparuto (2-3) rappresenta la media annuale dei preti novelli per la diocesi. Questo fa capire che oggi diventare preti a Reggio o in Italia è come partire er le missioni: chiede di avere una vocazione “alla missione” (e più solida che per le terre di missione classica) e quindi il numero attuale di ogni annata rispetta, in un certo senso la tradizione… non più di preti diocesani ma di preti missionari! Questo potrebbe giustificare da una parte il calo e dall’altra la continuità su un unico nuovo binario. Dovrebbe dirci che un giovane deve prepararsi a fare il prete in terra di missione, anche se a Reggio. Non ha più terreno adatto la vocazione al prete diocesano tradizionale che prospettava un ministro, in veste talare ordinata, comodo nel suo ufficio di canonica per qualche ora di studio e per il dialogo con la gente che suonava il campanello, con il pomeriggio libero per le pratiche di pietà, l’assistenza in oratorio ai ragazzi che facevano il giretto nei cortili della canonica come pausa studio, ecc. Questo stile benedettino o salesiano del prete diocesano era tipico di una situazione di cristianità. Oggi anche il prete più tradizionalista “corre” come un missionario dell’Africa, non gode più della stabilità della carriera ecclesiastica, è sollecitato da problemi nuovi, e si capisce come non ci sia più attrattiva per i 10-12 novelli ogni anno dei tempi passati. E’ seccato il filone dei preti di cristianità ed è rimasto vivo il rampollo missionario, con i pochi preti che già allora sceglievano lo stile missionario della pastorale. Mi sembra di conseguenza che solo uno spirito di radicale donazione al Signore motiva e sostiene la nuova figura di prete diocesano, non più affine alle altre professioni (e carriere e sicurezze umane) come poteva sembrare negli anni passati.
b)	Una immagine di prete diocesano “missionario in patria e in contesti culturali ancora più missionari” è molto più affascinante perché tocca il cuore della donazione e si scuote di dosso il confronto con parametri umani e sociologici. Ma non ha forse trovato una adeguata sensibilità e motivazioni altrettanto profonde nelle nostre comunità. Un motivo mi pare possa essere la dicotomia in cui le nostre comunità vivono. I praticanti chiedono prevalentemente ed egoisticamente una pastorale di conservazione, per non penalizzare chi viene (gli anziani) in nome di chi sta a casa (i giovani); mentre, per coinvolgere le nuove generazioni, occorrono iniziative e stili diversi. Questo stiracchia il prete che deve tentare il novo e guai se tralascia il vecchio; questo lo affatica, lo scoraggia, spinge per una immagine strabica di prete. Per questo non è facile dare una immagine invitante e precisa ai giovani.
c)	Le remore sono anche all’interno delle famiglie cattoliche, vittime anche loro di una società che cerca la comodità e non avverte l’urgenza dei valori soprannaturali. Figli allevati nella bambagia si adattano malamente a relativizzare tutto per il Signore. Diventare prete non è più acquisire una posizione sociale e quindi rimangono solo i prametri spirituali che non sempre sono appetibili e diffusi anche nelle nostre famiglie cattoliche! Si avverte il peso del clima secolarizzato in cui viviamo che rende sempre più “straordinaria” una vocazione al ministero. C’è spazio e prestigio per il volontariato ma fin che resta volontariato gestito in proprio. Viene quindi a mancare la società cristiana che faceva da grembo, da alveo e da sostegno incoraggiante a chi accedeva al sacerdozio. Conferma di questo potrebbe essere il fatto che spesso i nuovi candidati escono dai &lt;em&gt;movimenti&lt;/em&gt; dove trovano un sostegno, un legame e una passione capace di rassicurare il soggetto. Questo però rivela anche una loro fragilità che spesso il popolo di Dio avverte e li fa percepire immaturi (come i giovani d’oggi) anche dopo i trent’anni.
d)	Non sono molto addentro, ma probabilmente a noi manca di saper lanciare motivazioni forti capaci di cogliere la disponibilità alla radicalità tipica dei giovani. Questione di linguaggi e di contenuti più appropriati.
e)	Certamente oggi sentiamo la mancanza di guide spirituali. A sua volta non ci sono guide spirituali perché (mi pare) il ritmo della vita ecclesiale è diventato frenetico per un numero di preti sempre in calo; si è quindi presi dalla risposta alle cose da fare, non c’è un clima di calma esteriore ed interiore necessario per crescere nella profondità spirituale utile per guidare gli altri. Inoltre credo ad un’altra difficoltà: oggi occorrono motivazioni nuove per essere maestri spirituali dentro ad un mondo diverso dal mondo in cui i libri del Marmion andavano a ruba. Da una teologia scolastica e cattedratica ad una teologia narrativa la differenza c’è e si sono persi i punti fermi che comunque occorrono sempre anche se in veste nuova.
f)	Ad una società sempre più indifferente alla vita cristiana mi pare che occorra una Chiesa sempre più evangelica. La società non ha più bisogno tanto di opere di supplenza quanto di un aiuto al senso della vita e un orientamento per lo spirito. La Chiesa non fa senza la sua struttura (e curerà sempre la carità) ma la risposta ad un mondo materializzato sta nella ripresa della alternativa posta dallo Spirito: in concreto in una Chiesa che ritrova la sua anima, che si offre come cultrice dello spirito, evangelica anche nella sua veste esteriore, attenta alla essenzialità e quindi nello stile del buon samaritano. La Chiesa come luogo e strumento di ossigeno spirituale. Il pericolo è che si critichi la struttura non in termini evangelici (per identificare meglio la vera finalità della Chiesa) ma in termini sociologici, come se svanissero i problemi con preti sposati, sacerdozio alle donne, una morale più aperta ecc. Sarebbe percorrere in senso inverso la “diversità” che fece la differenza e quindi fece breccia al tempo dell’impero romano. In questo senso anche gli ordini religiosi avvertono la necessità della riscoperta del carisma mentre sono bloccati nel sostenere le strutture ormai sovradeterminate e dissuete del passato!
g)	Veniamo da una tradizione cristiana che dava per scontata la benevolenza verso queste vocazioni e quindi lo straordinario era la preghiera esplicita in chiesa. Oggi il problema ha risvolti più significativi e dovrebbe essere oggetto di riflessione da parte delle nostre comunità, perché occorre creare il clima favorevole pur avendo a che fare con una situazione non più cristiana. Occorre quindi rimotivarne le ragioni, il ruolo sociale oltre che spirituale, le dinamiche.
h)	Siccome c’è un Centro Diocesano Vocazioni, si potrebbe proporre l’eventuale utilità di contribuire con quelle analisi e riflessioni che portano contributi al problema anche da parte dei laici interessati.

Una novità, che mi pare da tenere presente, è la promozione dei ministeri. Una risposta alla propria “efficienza” la Chiesa l’ha trovata promovendo i ministeri istituiti oltre che quelli ordinati; e tra gli ordinati ripristinando il diaconato. Se la spinta storica è venuta dalla situazione di missione che chiama a raccolta tutte le risorse, la scelta ripropone una immagine di Chiesa più vera e un poco annebbiata dalla preponderanza della figura tuttofare del prete. Accenno a questo perché andiamo sempre più verso una complementarietà delle figure ministeriali, che maturano la corresponsabilità battesimale dei credenti. Non entro nel problema, ma lo ricordo perché anche questa attenzione oggi entra nella problematica vocazionale, e in particolare della vocazione al sacerdozio.

P.S. Ovviamente queste sono osservazioni di puro contributo ad una problematica molto più complessa e non per niente legata alla preghiera “perché mandi operai nella sua messe” se Gesù stesso l’ha chiesta. Se il Padrone della messe non ha voluto usare la bacchetta magica nel suo stesso interesse, occorre riflettere su cosa ci sta dietro alle problematiche della vocazione al ministero.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Risposta al questionario sulla crisi delle vocazioni</p>
<p>a)	Anzitutto credo che una società del benessere educhi all’individualismo e alla comodità: due aspetti che non si conciliano molto con la vocazione al sacrificio, alla gratuità e alla sobrietà necessarie per spendersi per gli altri (come la vocazione al ministero richiede). In questo tipo di società sono i convertiti a donarsi perché hanno superato l’illusione delle ricchezze (che la società del benessere fa ritenere necessarie). Dentro questa cornice (contraria alla società che riempiva i seminari negli anni ’50) credo anche ad un’altra componente circa la diminuzione delle vocazioni al ministero. Lo esprimo con una esperienza che mi pare eloquente. Fino agli anni ’60 mentre il seminario generava classi di preti diocesani nella media di 10-12 preti all’anno, partivano per continuare gli studi in Istituti missionari 2-3 seminaristi all’anno (sì e no). Oggi questo numero sparuto (2-3) rappresenta la media annuale dei preti novelli per la diocesi. Questo fa capire che oggi diventare preti a Reggio o in Italia è come partire er le missioni: chiede di avere una vocazione “alla missione” (e più solida che per le terre di missione classica) e quindi il numero attuale di ogni annata rispetta, in un certo senso la tradizione… non più di preti diocesani ma di preti missionari! Questo potrebbe giustificare da una parte il calo e dall’altra la continuità su un unico nuovo binario. Dovrebbe dirci che un giovane deve prepararsi a fare il prete in terra di missione, anche se a Reggio. Non ha più terreno adatto la vocazione al prete diocesano tradizionale che prospettava un ministro, in veste talare ordinata, comodo nel suo ufficio di canonica per qualche ora di studio e per il dialogo con la gente che suonava il campanello, con il pomeriggio libero per le pratiche di pietà, l’assistenza in oratorio ai ragazzi che facevano il giretto nei cortili della canonica come pausa studio, ecc. Questo stile benedettino o salesiano del prete diocesano era tipico di una situazione di cristianità. Oggi anche il prete più tradizionalista “corre” come un missionario dell’Africa, non gode più della stabilità della carriera ecclesiastica, è sollecitato da problemi nuovi, e si capisce come non ci sia più attrattiva per i 10-12 novelli ogni anno dei tempi passati. E’ seccato il filone dei preti di cristianità ed è rimasto vivo il rampollo missionario, con i pochi preti che già allora sceglievano lo stile missionario della pastorale. Mi sembra di conseguenza che solo uno spirito di radicale donazione al Signore motiva e sostiene la nuova figura di prete diocesano, non più affine alle altre professioni (e carriere e sicurezze umane) come poteva sembrare negli anni passati.<br />
b)	Una immagine di prete diocesano “missionario in patria e in contesti culturali ancora più missionari” è molto più affascinante perché tocca il cuore della donazione e si scuote di dosso il confronto con parametri umani e sociologici. Ma non ha forse trovato una adeguata sensibilità e motivazioni altrettanto profonde nelle nostre comunità. Un motivo mi pare possa essere la dicotomia in cui le nostre comunità vivono. I praticanti chiedono prevalentemente ed egoisticamente una pastorale di conservazione, per non penalizzare chi viene (gli anziani) in nome di chi sta a casa (i giovani); mentre, per coinvolgere le nuove generazioni, occorrono iniziative e stili diversi. Questo stiracchia il prete che deve tentare il novo e guai se tralascia il vecchio; questo lo affatica, lo scoraggia, spinge per una immagine strabica di prete. Per questo non è facile dare una immagine invitante e precisa ai giovani.<br />
c)	Le remore sono anche all’interno delle famiglie cattoliche, vittime anche loro di una società che cerca la comodità e non avverte l’urgenza dei valori soprannaturali. Figli allevati nella bambagia si adattano malamente a relativizzare tutto per il Signore. Diventare prete non è più acquisire una posizione sociale e quindi rimangono solo i prametri spirituali che non sempre sono appetibili e diffusi anche nelle nostre famiglie cattoliche! Si avverte il peso del clima secolarizzato in cui viviamo che rende sempre più “straordinaria” una vocazione al ministero. C’è spazio e prestigio per il volontariato ma fin che resta volontariato gestito in proprio. Viene quindi a mancare la società cristiana che faceva da grembo, da alveo e da sostegno incoraggiante a chi accedeva al sacerdozio. Conferma di questo potrebbe essere il fatto che spesso i nuovi candidati escono dai <em>movimenti</em> dove trovano un sostegno, un legame e una passione capace di rassicurare il soggetto. Questo però rivela anche una loro fragilità che spesso il popolo di Dio avverte e li fa percepire immaturi (come i giovani d’oggi) anche dopo i trent’anni.<br />
d)	Non sono molto addentro, ma probabilmente a noi manca di saper lanciare motivazioni forti capaci di cogliere la disponibilità alla radicalità tipica dei giovani. Questione di linguaggi e di contenuti più appropriati.<br />
e)	Certamente oggi sentiamo la mancanza di guide spirituali. A sua volta non ci sono guide spirituali perché (mi pare) il ritmo della vita ecclesiale è diventato frenetico per un numero di preti sempre in calo; si è quindi presi dalla risposta alle cose da fare, non c’è un clima di calma esteriore ed interiore necessario per crescere nella profondità spirituale utile per guidare gli altri. Inoltre credo ad un’altra difficoltà: oggi occorrono motivazioni nuove per essere maestri spirituali dentro ad un mondo diverso dal mondo in cui i libri del Marmion andavano a ruba. Da una teologia scolastica e cattedratica ad una teologia narrativa la differenza c’è e si sono persi i punti fermi che comunque occorrono sempre anche se in veste nuova.<br />
f)	Ad una società sempre più indifferente alla vita cristiana mi pare che occorra una Chiesa sempre più evangelica. La società non ha più bisogno tanto di opere di supplenza quanto di un aiuto al senso della vita e un orientamento per lo spirito. La Chiesa non fa senza la sua struttura (e curerà sempre la carità) ma la risposta ad un mondo materializzato sta nella ripresa della alternativa posta dallo Spirito: in concreto in una Chiesa che ritrova la sua anima, che si offre come cultrice dello spirito, evangelica anche nella sua veste esteriore, attenta alla essenzialità e quindi nello stile del buon samaritano. La Chiesa come luogo e strumento di ossigeno spirituale. Il pericolo è che si critichi la struttura non in termini evangelici (per identificare meglio la vera finalità della Chiesa) ma in termini sociologici, come se svanissero i problemi con preti sposati, sacerdozio alle donne, una morale più aperta ecc. Sarebbe percorrere in senso inverso la “diversità” che fece la differenza e quindi fece breccia al tempo dell’impero romano. In questo senso anche gli ordini religiosi avvertono la necessità della riscoperta del carisma mentre sono bloccati nel sostenere le strutture ormai sovradeterminate e dissuete del passato!<br />
g)	Veniamo da una tradizione cristiana che dava per scontata la benevolenza verso queste vocazioni e quindi lo straordinario era la preghiera esplicita in chiesa. Oggi il problema ha risvolti più significativi e dovrebbe essere oggetto di riflessione da parte delle nostre comunità, perché occorre creare il clima favorevole pur avendo a che fare con una situazione non più cristiana. Occorre quindi rimotivarne le ragioni, il ruolo sociale oltre che spirituale, le dinamiche.<br />
h)	Siccome c’è un Centro Diocesano Vocazioni, si potrebbe proporre l’eventuale utilità di contribuire con quelle analisi e riflessioni che portano contributi al problema anche da parte dei laici interessati.</p>
<p>Una novità, che mi pare da tenere presente, è la promozione dei ministeri. Una risposta alla propria “efficienza” la Chiesa l’ha trovata promovendo i ministeri istituiti oltre che quelli ordinati; e tra gli ordinati ripristinando il diaconato. Se la spinta storica è venuta dalla situazione di missione che chiama a raccolta tutte le risorse, la scelta ripropone una immagine di Chiesa più vera e un poco annebbiata dalla preponderanza della figura tuttofare del prete. Accenno a questo perché andiamo sempre più verso una complementarietà delle figure ministeriali, che maturano la corresponsabilità battesimale dei credenti. Non entro nel problema, ma lo ricordo perché anche questa attenzione oggi entra nella problematica vocazionale, e in particolare della vocazione al sacerdozio.</p>
<p>P.S. Ovviamente queste sono osservazioni di puro contributo ad una problematica molto più complessa e non per niente legata alla preghiera “perché mandi operai nella sua messe” se Gesù stesso l’ha chiesta. Se il Padrone della messe non ha voluto usare la bacchetta magica nel suo stesso interesse, occorre riflettere su cosa ci sta dietro alle problematiche della vocazione al ministero.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di fabiana</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-99</link>
		<dc:creator><![CDATA[fabiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 13:33:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-99</guid>
		<description><![CDATA[Trovo che la mancanza di formatori di cui parli sia inequivocabile.
Ma come fare?
Concretamente?]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Trovo che la mancanza di formatori di cui parli sia inequivocabile.<br />
Ma come fare?<br />
Concretamente?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di Paolo Tolomelli, San Martino in Rio</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-97</link>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Tolomelli, San Martino in Rio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 17:48:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-97</guid>
		<description><![CDATA[18 marzo 2012

a)	La crisi delle “vocazioni” non è spiegabile – ne sono certo – solo in termini sociologici. Sono convinto che è soprattutto dovuta all’immaturità psicologica di moltissimi giovani (incapacità di conoscere le proprie attitudini… visione frantumata della propria identità… il non avere obiettivi ed ideali chiari e motivati nella propria vita… la paura di fare scelte sbagliate… ecc.), nonché all’insignificanza della fede, che non si traduce concretamente nella vita.
b)	Mi sembra che le comunità parrocchiali non posseggano la necessaria sapienza pedagogica; spesso ci si limita alla menzione del problema vocazionale nella “preghiera dei fedeli”. Per grazia di Dio esistono alcuni “Direttori spirituali” (non esclusivamente sacerdoti) attenti e con capacità di discernimento.
c)	Il tema può essere considerato imbarazzante, ecc., quando la famiglia è cattolica più di nome che di fatto, soprattutto se il maschio è figlio unico.
d)	Penso di sì.
e)	Può avere un’incidenza notevolissima. Credo che sia necessario ed urgente prendere in considerazione l’inadeguatezza e l’impreparazione dei catechisti, degli “educatori”, degli “animatori” e simili.
f)	Non mi sento competente per rispondere.
g)	Ovviamente no!
h)	Sarebbe davvero auspicabile, ma è arduo dare suggerimenti sul come impostare tali iniziative in una società “liquida” come quella contemporanea.

P.S. Aggiungo che reputo altrettanto importante riflettere ed occuparsi in modo sapiente ed efficace delle vocazioni al matrimonio. I “Corsi prematrimoniali” – ai quali tuttora collaboro; io stesso cercai di promuoverli oltre 40 anni fa – sono superati per vari motivi: convivenza prima delle nozze ritenuta opportuna anche da non pochi genitori cattolici…il convincimento che la morale sessuale raccomandata dal magistero della Chiesa oggi non ha più senso, è inutile ed impraticabile, tanto che i rapporti sessuali sono considerati un diritto/dovere di un buon cittadino in età giovanile…

Paolo Tolomelli, San Martino in Rio (RE)
Medico e psicoterapeuta.
Direttore del Centro di Sessuologia dell’AUSL della provincia di Reggio Emilia dal 1980 al 1997
Direttore del Consultorio familiare diocesano dal 1981 al 2001.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>18 marzo 2012</p>
<p>a)	La crisi delle “vocazioni” non è spiegabile – ne sono certo – solo in termini sociologici. Sono convinto che è soprattutto dovuta all’immaturità psicologica di moltissimi giovani (incapacità di conoscere le proprie attitudini… visione frantumata della propria identità… il non avere obiettivi ed ideali chiari e motivati nella propria vita… la paura di fare scelte sbagliate… ecc.), nonché all’insignificanza della fede, che non si traduce concretamente nella vita.<br />
b)	Mi sembra che le comunità parrocchiali non posseggano la necessaria sapienza pedagogica; spesso ci si limita alla menzione del problema vocazionale nella “preghiera dei fedeli”. Per grazia di Dio esistono alcuni “Direttori spirituali” (non esclusivamente sacerdoti) attenti e con capacità di discernimento.<br />
c)	Il tema può essere considerato imbarazzante, ecc., quando la famiglia è cattolica più di nome che di fatto, soprattutto se il maschio è figlio unico.<br />
d)	Penso di sì.<br />
e)	Può avere un’incidenza notevolissima. Credo che sia necessario ed urgente prendere in considerazione l’inadeguatezza e l’impreparazione dei catechisti, degli “educatori”, degli “animatori” e simili.<br />
f)	Non mi sento competente per rispondere.<br />
g)	Ovviamente no!<br />
h)	Sarebbe davvero auspicabile, ma è arduo dare suggerimenti sul come impostare tali iniziative in una società “liquida” come quella contemporanea.</p>
<p>P.S. Aggiungo che reputo altrettanto importante riflettere ed occuparsi in modo sapiente ed efficace delle vocazioni al matrimonio. I “Corsi prematrimoniali” – ai quali tuttora collaboro; io stesso cercai di promuoverli oltre 40 anni fa – sono superati per vari motivi: convivenza prima delle nozze ritenuta opportuna anche da non pochi genitori cattolici…il convincimento che la morale sessuale raccomandata dal magistero della Chiesa oggi non ha più senso, è inutile ed impraticabile, tanto che i rapporti sessuali sono considerati un diritto/dovere di un buon cittadino in età giovanile…</p>
<p>Paolo Tolomelli, San Martino in Rio (RE)<br />
Medico e psicoterapeuta.<br />
Direttore del Centro di Sessuologia dell’AUSL della provincia di Reggio Emilia dal 1980 al 1997<br />
Direttore del Consultorio familiare diocesano dal 1981 al 2001.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di C.M., Insegnante, Reggio Emilia</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-96</link>
		<dc:creator><![CDATA[C.M., Insegnante, Reggio Emilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 17:26:08 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-96</guid>
		<description><![CDATA[Facendo riferimento al foglio inviato nello scorso mese di febbraio e ai singoli punti in esso contenuti, invio il mio parere.

--- a ---  crisi spiegabile sociologicamente ?          Per la maggior parte, sì.

--- b ---  comunità se ne occupano ?                      Solo saltuariamente, senza continuità.

--- c ---  nelle famiglie il tema risulta imbarazzante ?       Sicuramente, anche in vista della discendenza, tenuto conto del fatto che non ci si sente più in grado di dare la vita a una prole numerosa.

--- d --- segnali da mondo giovanile …                  No; quando la vocazione c’è, per iniziativa del solo Spirito Santo, si manifesta silenziosamente, senza che nulla attorno, macroscopicamente,  la incoraggi.

--- e ---  incidenza del calo di maestri …                 E’ davvero immensa e sconfortante la mancanza di una rete di maestri di vita spirituale:  non bastano i pochi nomi disponibili, difficilmente accessibili ai più.

--- f ---  profili, responsabilità, atteggiamenti della chiesa storica …  

-1- Il problema più importante è la mancata opportunità di formazione continua (post Cresima) dei giovani e dei giovani adulti, che sarebbero diventati i principali animatori delle nuove generazioni.  Così si è rotta la catena generazionale, e il danno si intensifica ora che si è costretti ad adoperare come catechisti e animatori persone che non hanno ricevuto a tempo debito una propria adeguata formazione.

-2- La mancata formazione dei giovani adulti non ha permesso alla fede di diventare adulta; così molti fedeli sono ancorati alla visione inevitabilmente ristretta ed approssimativa ricevuta nella fanciullezza, che non è più sufficiente a rispondere alle domande di senso che si pone un adulto davanti ai problemi della vita: la “religione” così disponibile appare non all’altezza delle esigenze dell’uomo moderno.

-3- Si è verificata una perdita di credibilità e di autorevolezza dell’insegnamento da parte della Chiesa.  Facciamo un solo esempio. Oggi, nessuno si sognerebbe di bollare come peccato mortale il mangiare carne un venerdì, non per spregio alla religione, ma per contingente necessità od anche solo per opportunità pratica.  Pochi decenni fa era invece data alla generalità dei fedeli come una verità incontestabile (nonostante Mc 7, 14-19), che provocava seri problemi di coscienza.  Anche da qui  la attualmente non più sentita necessità della confessione frequente. La Chiesa, anziché rettificare pubblicamente il tiro, con le dovute giustificazioni, preferisce semplicemente passare sotto silenzio ciò che, pur una volta fortemente affermato dai suoi presbiteri, appare oggi non più sostenibile; è un altro errore, perché viene il sospetto che anche altre sue affermazioni possano essere destinate ad una silenziosa smentita  in un prossimo lasso di tempo.  E se la gerarchia ritiene sia una cosa di poco conto, si tenga presente che è ben più importante il fatto che invece sia ritenuta cosa significativa dalla gran parte dei fedeli, insieme ad altri esempi afferenti a diversi altri argomenti.

--- g ---  Possono restare indifferenti gli operatori del sociale…                  No, ma mancano di strumenti di intervento specifico.

--- h ---   Arricchire le giornate delle vocazioni…                 Perché no?    Perché non è ancora stato fatto ?  In verità,  iniziative efficaci sono ancora tutte da inventare.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Facendo riferimento al foglio inviato nello scorso mese di febbraio e ai singoli punti in esso contenuti, invio il mio parere.</p>
<p>&#8212; a &#8212;  crisi spiegabile sociologicamente ?          Per la maggior parte, sì.</p>
<p>&#8212; b &#8212;  comunità se ne occupano ?                      Solo saltuariamente, senza continuità.</p>
<p>&#8212; c &#8212;  nelle famiglie il tema risulta imbarazzante ?       Sicuramente, anche in vista della discendenza, tenuto conto del fatto che non ci si sente più in grado di dare la vita a una prole numerosa.</p>
<p>&#8212; d &#8212; segnali da mondo giovanile …                  No; quando la vocazione c’è, per iniziativa del solo Spirito Santo, si manifesta silenziosamente, senza che nulla attorno, macroscopicamente,  la incoraggi.</p>
<p>&#8212; e &#8212;  incidenza del calo di maestri …                 E’ davvero immensa e sconfortante la mancanza di una rete di maestri di vita spirituale:  non bastano i pochi nomi disponibili, difficilmente accessibili ai più.</p>
<p>&#8212; f &#8212;  profili, responsabilità, atteggiamenti della chiesa storica …  </p>
<p>-1- Il problema più importante è la mancata opportunità di formazione continua (post Cresima) dei giovani e dei giovani adulti, che sarebbero diventati i principali animatori delle nuove generazioni.  Così si è rotta la catena generazionale, e il danno si intensifica ora che si è costretti ad adoperare come catechisti e animatori persone che non hanno ricevuto a tempo debito una propria adeguata formazione.</p>
<p>-2- La mancata formazione dei giovani adulti non ha permesso alla fede di diventare adulta; così molti fedeli sono ancorati alla visione inevitabilmente ristretta ed approssimativa ricevuta nella fanciullezza, che non è più sufficiente a rispondere alle domande di senso che si pone un adulto davanti ai problemi della vita: la “religione” così disponibile appare non all’altezza delle esigenze dell’uomo moderno.</p>
<p>-3- Si è verificata una perdita di credibilità e di autorevolezza dell’insegnamento da parte della Chiesa.  Facciamo un solo esempio. Oggi, nessuno si sognerebbe di bollare come peccato mortale il mangiare carne un venerdì, non per spregio alla religione, ma per contingente necessità od anche solo per opportunità pratica.  Pochi decenni fa era invece data alla generalità dei fedeli come una verità incontestabile (nonostante Mc 7, 14-19), che provocava seri problemi di coscienza.  Anche da qui  la attualmente non più sentita necessità della confessione frequente. La Chiesa, anziché rettificare pubblicamente il tiro, con le dovute giustificazioni, preferisce semplicemente passare sotto silenzio ciò che, pur una volta fortemente affermato dai suoi presbiteri, appare oggi non più sostenibile; è un altro errore, perché viene il sospetto che anche altre sue affermazioni possano essere destinate ad una silenziosa smentita  in un prossimo lasso di tempo.  E se la gerarchia ritiene sia una cosa di poco conto, si tenga presente che è ben più importante il fatto che invece sia ritenuta cosa significativa dalla gran parte dei fedeli, insieme ad altri esempi afferenti a diversi altri argomenti.</p>
<p>&#8212; g &#8212;  Possono restare indifferenti gli operatori del sociale…                  No, ma mancano di strumenti di intervento specifico.</p>
<p>&#8212; h &#8212;   Arricchire le giornate delle vocazioni…                 Perché no?    Perché non è ancora stato fatto ?  In verità,  iniziative efficaci sono ancora tutte da inventare.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di Mariano Nardello</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-95</link>
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Nardello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 17:18:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-95</guid>
		<description><![CDATA[14 marzo 2012

Mentre è totale il mio compiacimento per l’iniziativa assunta da codesto “Gruppo di studio”, è assolutamente parziale, per non dire minimo, il contributo che mi sento di conferire alla riflessione comune. Lo conferisco egualmente, nella fiducia, almeno, di non fare danni.
Seguirò in filigrana il reticolo di questioni da voi suggerite.
Va da sé che le mie povere e sintetiche considerazioni hanno per oggetto soltanto la situazione italiana.

	Non credo che la crisi di vocazioni abbia motivazioni di carattere solamente sociologico. Né, direi, di carattere principalmente sociologico. Se così fosse, non ci si potrebbe che crogiolare in una vana e comoda accusa alla nequizia dei tempi…Il che, a mio parere, non sarebbe né saggio né, soprattutto, evangelico.
	Credo che la crisi derivi da un elemento, piuttosto, ecclesiologico. Non si è ancora maturata, nella Chiesa (tanto nella gerarchia quanto nel popolo di Dio), la consapevolezza dell’insediarsi di una stagione nuova, nella quale, per mille ragioni, la pratica della fede cristiana è tornata ad essere nettamente minoritaria e a comportare una scelta coraggiosa e coerente, che, spesso, produce, in chi la compie, difficoltà, derision, avversioni. Da un cristianesimo ampiamente diffuso e condiviso (ma un’analisi profonda potrebbe dimostrare che la diffusione e condivisione erano, spesso, solamente formali…) si è chiaramente passati, a mio parere, alla realtà di un pusillus grex, che frequentemente è smarrito e sbandato. Il posto e il ruolo di sicurezza che il sacerdote occupava fino all’inizio degli anni S4essanta del XX secolo sono stati sostituiti da un’area di indeterminatezza, in cui antichi retaggi di consenso sociale, di cui il prete godeva e ancora gode in certe aree geografiche, convivono con una insignificanza quasi assoluta. In altre parole, la funzione del sacerdote va perdendo sempre più di importanza e di rilevanza, a meno che non sia esercitata con eroica radicalità. Inoltre la commistione tra religioso e civile, tra sacro e profano, tra clero e politica, che ha caratterizzato gli anni del secondo dopoguerra, ha ingenerato una debolezza reciproca e ha finito col sommergere, nel crollo di un modello politico (democristiano), anche la credibilità e le forze di una buona parte del mondo cattolico.
	Fare il prete, oggi, comporta una scelta quantomai coraggiosa e totale. (Credo che sia palese agòo occhi di tutti che, a fronte della diminuzione del numero dei preti, è aumentato il loro livello di preparazione, di dedizione, di testimonianza: ma siamo ancora… in mezzo al guado).Per operare la quale il giovane ha bisogno di «maestri e guide di vita spirituale», che faticano a farsi riconoscere. Non mi pare che, generalmente, all’interno delle comunità parrocchiali sia posta in atto una pedagogia vocazionale; piuttosto si tende a non perdere quei pochi di fedeli che sono rimasti tali e si preferisce non inquietarli con prospettive di impegno e di sacrificio (che potrebbe apparire soverchio). E anche all’interno delle famiglie una scelta radicale, quale è quella sacerdotale, non può che ingenerare preoccupazione (ma sarebbe grave che così non fosse… ). Non mi pare vengano grandi frutti da “giornate per le vocazioni” o da iniziative simili; ritengo piuttosto che sia dalla testimonianza evangelica che la Chiesa locale offre quotidianamente (o dovrebbe offrire) che possano sorgere volontà generose di vita spesa per Dio e per i fratelli.
	Non sono un pessimista. La crisi delle vocazioni non deve lasciare indifferenti, ma non va affrontata come un problema in sé, bensì come la conseguenza di un appannamento storico della Chiesa (popolo di Dio) nella sua fedeltà al Vangelo. L’importante non è che il clero sia numeroso, ma che sia santo: e mi pare che sia questa la prospettiva verso cui si sta movendo la nostra cristianità italiana. Provvidenzialmente.

Mariano Nardello, insegnante di Lettere. Schio (Vicenza)]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>14 marzo 2012</p>
<p>Mentre è totale il mio compiacimento per l’iniziativa assunta da codesto “Gruppo di studio”, è assolutamente parziale, per non dire minimo, il contributo che mi sento di conferire alla riflessione comune. Lo conferisco egualmente, nella fiducia, almeno, di non fare danni.<br />
Seguirò in filigrana il reticolo di questioni da voi suggerite.<br />
Va da sé che le mie povere e sintetiche considerazioni hanno per oggetto soltanto la situazione italiana.</p>
<p>	Non credo che la crisi di vocazioni abbia motivazioni di carattere solamente sociologico. Né, direi, di carattere principalmente sociologico. Se così fosse, non ci si potrebbe che crogiolare in una vana e comoda accusa alla nequizia dei tempi…Il che, a mio parere, non sarebbe né saggio né, soprattutto, evangelico.<br />
	Credo che la crisi derivi da un elemento, piuttosto, ecclesiologico. Non si è ancora maturata, nella Chiesa (tanto nella gerarchia quanto nel popolo di Dio), la consapevolezza dell’insediarsi di una stagione nuova, nella quale, per mille ragioni, la pratica della fede cristiana è tornata ad essere nettamente minoritaria e a comportare una scelta coraggiosa e coerente, che, spesso, produce, in chi la compie, difficoltà, derision, avversioni. Da un cristianesimo ampiamente diffuso e condiviso (ma un’analisi profonda potrebbe dimostrare che la diffusione e condivisione erano, spesso, solamente formali…) si è chiaramente passati, a mio parere, alla realtà di un pusillus grex, che frequentemente è smarrito e sbandato. Il posto e il ruolo di sicurezza che il sacerdote occupava fino all’inizio degli anni S4essanta del XX secolo sono stati sostituiti da un’area di indeterminatezza, in cui antichi retaggi di consenso sociale, di cui il prete godeva e ancora gode in certe aree geografiche, convivono con una insignificanza quasi assoluta. In altre parole, la funzione del sacerdote va perdendo sempre più di importanza e di rilevanza, a meno che non sia esercitata con eroica radicalità. Inoltre la commistione tra religioso e civile, tra sacro e profano, tra clero e politica, che ha caratterizzato gli anni del secondo dopoguerra, ha ingenerato una debolezza reciproca e ha finito col sommergere, nel crollo di un modello politico (democristiano), anche la credibilità e le forze di una buona parte del mondo cattolico.<br />
	Fare il prete, oggi, comporta una scelta quantomai coraggiosa e totale. (Credo che sia palese agòo occhi di tutti che, a fronte della diminuzione del numero dei preti, è aumentato il loro livello di preparazione, di dedizione, di testimonianza: ma siamo ancora… in mezzo al guado).Per operare la quale il giovane ha bisogno di «maestri e guide di vita spirituale», che faticano a farsi riconoscere. Non mi pare che, generalmente, all’interno delle comunità parrocchiali sia posta in atto una pedagogia vocazionale; piuttosto si tende a non perdere quei pochi di fedeli che sono rimasti tali e si preferisce non inquietarli con prospettive di impegno e di sacrificio (che potrebbe apparire soverchio). E anche all’interno delle famiglie una scelta radicale, quale è quella sacerdotale, non può che ingenerare preoccupazione (ma sarebbe grave che così non fosse… ). Non mi pare vengano grandi frutti da “giornate per le vocazioni” o da iniziative simili; ritengo piuttosto che sia dalla testimonianza evangelica che la Chiesa locale offre quotidianamente (o dovrebbe offrire) che possano sorgere volontà generose di vita spesa per Dio e per i fratelli.<br />
	Non sono un pessimista. La crisi delle vocazioni non deve lasciare indifferenti, ma non va affrontata come un problema in sé, bensì come la conseguenza di un appannamento storico della Chiesa (popolo di Dio) nella sua fedeltà al Vangelo. L’importante non è che il clero sia numeroso, ma che sia santo: e mi pare che sia questa la prospettiva verso cui si sta movendo la nostra cristianità italiana. Provvidenzialmente.</p>
<p>Mariano Nardello, insegnante di Lettere. Schio (Vicenza)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di fabiana</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-92</link>
		<dc:creator><![CDATA[fabiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Apr 2012 09:31:14 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-92</guid>
		<description><![CDATA[Grazie don Paolo 
per aver ricordato il mistero di una vocazione e che il servizio che si fa c&#039;è ed è silenzioso ...
tanto quanto la misteriosa accettazione della propria vocazione che ha tante tappe poi nella vita di ognuno.
Grazie di aver ricordato anche che nella vita ci sono fallimenti, spesso si ha paura di pronunciare la parola e invece è reale e Gesù stesso sapeva di che cosa parliamo.
Credo che più che veri fallimenti magari siano eventuali sbocchi di scelte diverse delle persone.
Il Signore benedica il servizio che fate.
Resto disponibile per un aiuto eventuale 
al Servizio Vocazioni Diocesano con tutta l&#039;esperienza e la passione che ho.]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie don Paolo<br />
per aver ricordato il mistero di una vocazione e che il servizio che si fa c&#8217;è ed è silenzioso &#8230;<br />
tanto quanto la misteriosa accettazione della propria vocazione che ha tante tappe poi nella vita di ognuno.<br />
Grazie di aver ricordato anche che nella vita ci sono fallimenti, spesso si ha paura di pronunciare la parola e invece è reale e Gesù stesso sapeva di che cosa parliamo.<br />
Credo che più che veri fallimenti magari siano eventuali sbocchi di scelte diverse delle persone.<br />
Il Signore benedica il servizio che fate.<br />
Resto disponibile per un aiuto eventuale<br />
al Servizio Vocazioni Diocesano con tutta l&#8217;esperienza e la passione che ho.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di don Paolo Bizzocchi, Reggio Emilia</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-91</link>
		<dc:creator><![CDATA[don Paolo Bizzocchi, Reggio Emilia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 16:28:20 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-91</guid>
		<description><![CDATA[Ringraziando per la sollecitazione delle vostre domande – per la verità un po’ retoriche – provo a fornire un piccolo contributo.
Di certo l’attuale situazione vocazionale non può essere attribuita solo a fattori culturali e sociali, che pure hanno un peso, ma anche ad un momento che la chiesa per prima sta vivendo. Credo però che anche parlare di “crisi” rifacendosi solo al calo numerico di vocazioni presbiterali e consacrate in Italia sia una valutazione soprattutto sociologica. Il calo numerico, che è certamente fonte di sofferenza, va letto in ottica di fede, come un nuovo momento di vita della Chiesa italiana: momento di debolezza che può essere luogo del rinnovamento che tanto si spera. Il dono di vocazioni, sia come santità che come numero, è sempre da chiedere come ha comandato di fare il Signore, sia in un momento di calo numerico che nell’abbondanza: è nella struttura della vita cristiana vivere di ciò che Dio dona. Ma una visione negativa basata solo sul calo numerico non credo porti molto bene.
A livello ecclesiale credo che la situazione attuale sia da attribuire soprattutto a due fattori. Da una parte la perdita di una formazione di base, che è il compito prioritario delle parrocchie: ragazzi che chiedono di entrare in seminario a volte vanno introdotti ai fondamenti della vita cristiana e della preghiera. È venuta meno la base su cui costruire, e credo che questa formazione di base sia la prima cosa da ricominciare a curare seriamente, sia nei bambini che negli adolescenti e giovani. L’impegno della diocesi per un rinnovamento della prassi dell’Iniziazione va indubbiamente in questa direzione, anche se i risultati non sono garantiti. Poi non si può rilevare che in questo momento la Chiesa fatica ad elaborare una prospettiva innovativa e di lungo respiro, capace di far cogliere il valore di dare la vita per un progetto coraggioso che si sta cercando di attuare. Vi sono giovani che desiderano donare se stessi per il Signore, ma se non si coglie qualcosa di grande e concreto da costruire l’entusiasmo si sostiene a fatica. Credo che per la Chiesa italiana la maturazione di un nuovo impulso vivificante sia questione di tempo, il momento di un grande lancio missionario arriverà quando il Signore vuole e produrrà i suoi frutti (che non sono necessariamente quelli di un aumento numerico di vocazioni). Persone che stanno spendendosi con generosità e grande fede ci sono, non sono d’accordo che oggi mancano vere guide spirituali; non sono i grandi protagonisti di un tempo, ma ogni epoca ha bisogno dei suoi maestri, non di quelli di una volta. Oggi non è il tempo delle grandi personalità, ma del lavoro silenzioso e vero di molte persone umili ma vere, che non mancano.
Come diocesi di Reggio – Guastalla abbiamo un cammino di orientamento vocazionale per adolescenti (Samuel) ed uno per giovani (Per un Passo nel cammino) che non fanno molto rumore, ma da diversi anni accompagnano ragazzi e giovani di entrambi i sessi in cammini di fede ad orientamento vocazionale. Da questi luoghi negli ultimi venti anni sono passate diverse centinaia di giovani, ed abbiamo visto maturare risposte belle e generose, assieme a tanti fallimenti che fanno parte ineludibile dell’annuncio del Vangelo. Vi sono poi cammini più specifici proposti da congregazioni religiose ed istituti di vita consacrata, assieme ai percorsi di formazione missionaria. Come seminario da cinque anni abbiamo la comunità propedeutica che funge anche da luogo di discernimento per giovani che stanno riflettendo sulla vocazione al presbiterato. Non è molto, ma con il nostro poco il Signore ha fatto anche cose molto belle.
Chiedo scusa per la lunghezza… ma è un tema che mi sta effettivamente a cuore.

d. Paolo Bizzocchi]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringraziando per la sollecitazione delle vostre domande – per la verità un po’ retoriche – provo a fornire un piccolo contributo.<br />
Di certo l’attuale situazione vocazionale non può essere attribuita solo a fattori culturali e sociali, che pure hanno un peso, ma anche ad un momento che la chiesa per prima sta vivendo. Credo però che anche parlare di “crisi” rifacendosi solo al calo numerico di vocazioni presbiterali e consacrate in Italia sia una valutazione soprattutto sociologica. Il calo numerico, che è certamente fonte di sofferenza, va letto in ottica di fede, come un nuovo momento di vita della Chiesa italiana: momento di debolezza che può essere luogo del rinnovamento che tanto si spera. Il dono di vocazioni, sia come santità che come numero, è sempre da chiedere come ha comandato di fare il Signore, sia in un momento di calo numerico che nell’abbondanza: è nella struttura della vita cristiana vivere di ciò che Dio dona. Ma una visione negativa basata solo sul calo numerico non credo porti molto bene.<br />
A livello ecclesiale credo che la situazione attuale sia da attribuire soprattutto a due fattori. Da una parte la perdita di una formazione di base, che è il compito prioritario delle parrocchie: ragazzi che chiedono di entrare in seminario a volte vanno introdotti ai fondamenti della vita cristiana e della preghiera. È venuta meno la base su cui costruire, e credo che questa formazione di base sia la prima cosa da ricominciare a curare seriamente, sia nei bambini che negli adolescenti e giovani. L’impegno della diocesi per un rinnovamento della prassi dell’Iniziazione va indubbiamente in questa direzione, anche se i risultati non sono garantiti. Poi non si può rilevare che in questo momento la Chiesa fatica ad elaborare una prospettiva innovativa e di lungo respiro, capace di far cogliere il valore di dare la vita per un progetto coraggioso che si sta cercando di attuare. Vi sono giovani che desiderano donare se stessi per il Signore, ma se non si coglie qualcosa di grande e concreto da costruire l’entusiasmo si sostiene a fatica. Credo che per la Chiesa italiana la maturazione di un nuovo impulso vivificante sia questione di tempo, il momento di un grande lancio missionario arriverà quando il Signore vuole e produrrà i suoi frutti (che non sono necessariamente quelli di un aumento numerico di vocazioni). Persone che stanno spendendosi con generosità e grande fede ci sono, non sono d’accordo che oggi mancano vere guide spirituali; non sono i grandi protagonisti di un tempo, ma ogni epoca ha bisogno dei suoi maestri, non di quelli di una volta. Oggi non è il tempo delle grandi personalità, ma del lavoro silenzioso e vero di molte persone umili ma vere, che non mancano.<br />
Come diocesi di Reggio – Guastalla abbiamo un cammino di orientamento vocazionale per adolescenti (Samuel) ed uno per giovani (Per un Passo nel cammino) che non fanno molto rumore, ma da diversi anni accompagnano ragazzi e giovani di entrambi i sessi in cammini di fede ad orientamento vocazionale. Da questi luoghi negli ultimi venti anni sono passate diverse centinaia di giovani, ed abbiamo visto maturare risposte belle e generose, assieme a tanti fallimenti che fanno parte ineludibile dell’annuncio del Vangelo. Vi sono poi cammini più specifici proposti da congregazioni religiose ed istituti di vita consacrata, assieme ai percorsi di formazione missionaria. Come seminario da cinque anni abbiamo la comunità propedeutica che funge anche da luogo di discernimento per giovani che stanno riflettendo sulla vocazione al presbiterato. Non è molto, ma con il nostro poco il Signore ha fatto anche cose molto belle.<br />
Chiedo scusa per la lunghezza… ma è un tema che mi sta effettivamente a cuore.</p>
<p>d. Paolo Bizzocchi</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Commenti su La crisi delle vocazioni di don Roberto Ruozi (SDV)</title>
		<link>http://christifideleslaici.org/2011/12/03/la-crisi-delle-vocazioni/#comment-90</link>
		<dc:creator><![CDATA[don Roberto Ruozi (SDV)]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 12:49:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://christifideleslaici.org/?p=829#comment-90</guid>
		<description><![CDATA[Come Servizio Diocesano Vocazioni (SDV) non possiamo che apprezzare l’iniziativa del gruppo Christifideles Laici dedicata al dibattito sulla crisi delle vocazioni. Il titolo fa riferimento alle vocazioni sacerdotali e degli ordini religiosi regolari, ma siamo pienamente d’accordo con chi considera il problema dal punto di vista di TUTTE le vocazioni. Come SDV è questa la linea che stiamo cercando di portare avanti da anni: la vocazione è il progetto di vita che la persona costruisce in dialogo con il Signore, è trovare il senso della propria esistenza in una particolare forma di sequela al Signore; per questo la “vocazione” è una dimensione che riguarda ogni uomo o donna e non solo coloro che sono chiamati al sacerdozio o alla vita religiosa.
Attraverso una serie di articoli usciti nel biennio 2011-2012, attraverso la diffusione del foglietto mensile di preghiera per le vocazioni “Monastero Invisibile”, attraverso l’organizzazione di corsi di formazione per accompagnatori spirituali aperti a tutti (non solo preti, ma anche suore o laici, sposi, uomini e donne, ecc.) stiamo cercando di diffondere una cultura vocazionale che aiuti le persone (non solo giovani, ma anche quelle che una scelta l’hanno già fatta) a percepire in modo dinamico tutta la propria esistenza come una vocazione, un cammino caratterizzato da diverse chiamate (una prima, una seconda, una terza, ecc.). Questo proprio per evitare che si parli di vocazioni solo in occasione della Giornata di Preghiera per le Vocazioni o di qualche omelia di qualche sacerdote particolarmente sensibile al tema.
Certo le fatiche ci sono, perché questo vuol dire creare una mentalità nuova nella Chiesa, nei suoi presbiteri, come nelle comunità parrocchiali. Scardinare l’idea che la vocazione sia una questione che riguardi solo i giovani e solo quelli che si vogliono fare preti e suore richiederà molti anni.
Dobbiamo segnalare (e non è una sviolinata dovuta) che i nostri vescovi credono molto in una impostazione del genere e questo è certamente un incentivo ad andare avanti e un grosso aiuto. Le resistenze attualmente provengono più dalla “periferia”: dai sacerdoti e dalle comunità parrocchiali ferme ancora a una visione più “statica” della questione.
Per dare il nostro contributo all’interessante dibattito aperto e alle domande che sono state poste rimandiamo agli articoli che potete trovare nell’apposito spazio dedicato dal sito diocesano all’SDV e, in particolare, a quello intitolato “i giovani e la questione vocazionale” (trovate qua sotto il collegamento).
Grazie di nuovo, perché è bello e significativo che i laici abbiano a cuore il tema delle vocazioni: è segnale di un popolo di Dio che non demanda i problemi alla gerarchia, ma che, in una autentica corresponsabilità, ama la Chiesa e ha cuore il suo futuro.

don Roberto Ruozi (vice-direttore dell&#039;SDV)

http://www.reggioemilia.chiesacattolica.it/pls/reggioemilia/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=25568]]></description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Come Servizio Diocesano Vocazioni (SDV) non possiamo che apprezzare l’iniziativa del gruppo Christifideles Laici dedicata al dibattito sulla crisi delle vocazioni. Il titolo fa riferimento alle vocazioni sacerdotali e degli ordini religiosi regolari, ma siamo pienamente d’accordo con chi considera il problema dal punto di vista di TUTTE le vocazioni. Come SDV è questa la linea che stiamo cercando di portare avanti da anni: la vocazione è il progetto di vita che la persona costruisce in dialogo con il Signore, è trovare il senso della propria esistenza in una particolare forma di sequela al Signore; per questo la “vocazione” è una dimensione che riguarda ogni uomo o donna e non solo coloro che sono chiamati al sacerdozio o alla vita religiosa.<br />
Attraverso una serie di articoli usciti nel biennio 2011-2012, attraverso la diffusione del foglietto mensile di preghiera per le vocazioni “Monastero Invisibile”, attraverso l’organizzazione di corsi di formazione per accompagnatori spirituali aperti a tutti (non solo preti, ma anche suore o laici, sposi, uomini e donne, ecc.) stiamo cercando di diffondere una cultura vocazionale che aiuti le persone (non solo giovani, ma anche quelle che una scelta l’hanno già fatta) a percepire in modo dinamico tutta la propria esistenza come una vocazione, un cammino caratterizzato da diverse chiamate (una prima, una seconda, una terza, ecc.). Questo proprio per evitare che si parli di vocazioni solo in occasione della Giornata di Preghiera per le Vocazioni o di qualche omelia di qualche sacerdote particolarmente sensibile al tema.<br />
Certo le fatiche ci sono, perché questo vuol dire creare una mentalità nuova nella Chiesa, nei suoi presbiteri, come nelle comunità parrocchiali. Scardinare l’idea che la vocazione sia una questione che riguardi solo i giovani e solo quelli che si vogliono fare preti e suore richiederà molti anni.<br />
Dobbiamo segnalare (e non è una sviolinata dovuta) che i nostri vescovi credono molto in una impostazione del genere e questo è certamente un incentivo ad andare avanti e un grosso aiuto. Le resistenze attualmente provengono più dalla “periferia”: dai sacerdoti e dalle comunità parrocchiali ferme ancora a una visione più “statica” della questione.<br />
Per dare il nostro contributo all’interessante dibattito aperto e alle domande che sono state poste rimandiamo agli articoli che potete trovare nell’apposito spazio dedicato dal sito diocesano all’SDV e, in particolare, a quello intitolato “i giovani e la questione vocazionale” (trovate qua sotto il collegamento).<br />
Grazie di nuovo, perché è bello e significativo che i laici abbiano a cuore il tema delle vocazioni: è segnale di un popolo di Dio che non demanda i problemi alla gerarchia, ma che, in una autentica corresponsabilità, ama la Chiesa e ha cuore il suo futuro.</p>
<p>don Roberto Ruozi (vice-direttore dell&#8217;SDV)</p>
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